1 – Una domanda interessante che pochi si pongono è questa: perché eventi geopolitici anche rilevanti, come le tensioni con l’Iran, non producono più le reazioni di panico che ci si sarebbe aspettati in passato?
2 – In realtà, chi non è nel settore e mi affida i suoi risparmi spesso non ha nemmeno colto che il mercato azionario non ha subito grossi traumi (pur ritenendo di aver subito forti perdite in un mercato in “crollo”) e, un numero ancora inferiore di persone, si è accorto che è già iniziata la fase di rialzo.
Nessuno, infine, ha verificato che il vero, parziale “crollo” si è invece manifestato inizialmente sull’obbligazionario.
Iniziamo dal primo punto; il secondo lo affronteremo subito dopo.
La risposta non è che il rischio sia diminuito. È che è cambiato il modo in cui il sistema lo assorbe.
A – Ci sono più coperture, dunque ci sono meno vendite forzate
Una prima differenza strutturale è la diffusione delle strategie di copertura, in particolare tramite opzioni.
In pratica:
- una parte significativa degli investitori è già protetta da movimenti ribassisti
- questo riduce la necessità di vendere in emergenza
- e quindi attenua l’effetto domino tipico delle fasi di panico
Il risultato è un mercato che, a parità di shock, si muove in modo più ordinato.
B – Il fattore “TACO”
In questi ultimi 18 mesi si è diffuso anche un altro meccanismo psicologico di mercato: il cosiddetto TACO (Trump Always Chickens Out)*.
È una semplificazione, ma descrive un comportamento osservato:
- annunci di tensione o escalation politica
- seguiti spesso da attenuazioni, rinvii o compromessi
Questo genera una dinamica importante:
- il mercato tende a non prezzare completamente lo scenario estremo
- e a interpretare molte minacce come temporanee o negoziabili
In altre parole, riduce la credibilità degli scenari peggiori, almeno nel breve periodo.
* [Chickens out significa letteralmente “si tira indietro”, “molla la presa”, “non porta fino in fondo una minaccia”]
C – La “Fed put” è ancora nel prezzo(anche se in misura minore)
Un ultimo elemento (che in questa fase risulta decisamente meno influente, a causa delle ingerenze di Trump sulla Banca centrale americana) è la cosiddetta Fed put, un concetto che oggi non è formale ma di fatto ancora presente nella percezione del mercato.
L’idea è semplice:
se il mercato scende troppo, la Federal Reserve tende a intervenire con politiche accomodanti
Questo crea un’aspettativa implicita:
- tagli dei tassi
- stop al tightening
- o comunque condizioni finanziarie più favorevoli
Non importa se la Fed lo dichiari esplicitamente: ciò che conta è che il mercato lo incorpori nel prezzo.
La combinazione di questi fattori produce un effetto osservabile:
- i ribassi tendono a essere più contenuti
- le fasi di panico sono più brevi
- i recuperi sono più rapidi
- la volatilità realizzata spesso resta sotto quella attesa
Non perché i rischi siano minori, ma perché il sistema è più “preparato” e più condizionato dalle aspettative di intervento.
Quindi, non è sparito il rischio, è cambiato il suo prezzo. L’errore più comune è confondere la minore reazione con una minore pericolosità. In verità osserviamo che il rischio geopolitico resta strutturale, viene assorbito da coperture, aspettative e interventi potenziali e quindi si manifesta meno come shock improvviso; è diventato una variabile continua
Gli eventi geopolitici sono diventati un elemento da considerare nella costruzione di portafoglio: il sistema sta prezzando il rischio geopolitico in modo diverso, prima ancora che si materializzi.
Affrontiamo il secondo punto: il disallineamento tra ciò che molti investitori percepiscono e ciò che è realmente accaduto nei mercati.
Molti associano lo stato dei mercati esclusivamente all’andamento dell’azionario: se i prezzi scendono, si parla di “crollo”; se invece risalgono, e i mezzi di informazione non ne danno evidenza, l’utente medio non se ne accorge e tende a mantenere la percezione che le cose non stiano andando bene.
È un classico problema di asimmetria informativa e bias di attenzione.
I mercati finanziari vengono percepiti attraverso il filtro dei media, ma questo filtro non è simmetrico.
Le fasi di ribasso sono notiziabili per natura: sono rapide, visibili, emotivamente rilevanti. “Crollo”, “crisi”, “perdite” sono parole che attirano attenzione. Fanno audience, utile per aumentare gli ascolti ed aumentare gli introiti pubblicitari. Le fasi di recupero o rialzo graduale, invece, fanno meno “ascolti”: spesso avvengono senza eventi eclatanti, quindi ricevono meno copertura.
Il risultato è che il ribasso viene amplificato nella percezione, il recupero viene sottostimato o ignorato. Questo crea una distorsione stabile nella percezione dell’investitore non professionale, ovvero la sensazione che il mercato stia “andando male più a lungo di quanto effettivamente accada”
In pratica, non è solo un problema di informazione disponibile, ma di selezione dell’informazione: ciò che fa notizia non coincide con ciò che è più rilevante per capire la traiettoria dei prezzi.
Questa lettura sui crolli azionari non è però completa. C’è un altro elemento che ancor di più sfugge all’attenzione dell’uomo della strada.
In diverse fasi recenti, infatti, il mercato azionario non ha subito un vero e proprio shock sistemico, mentre il movimento più significativo si è sviluppato altrove: nell’obbligazionario.
È lì che si è visto il primo aggiustamento rilevante.
È lì che si è manifestata per prima la fase di tensione, con un forte ribasso dei Titoli di Stato e obbligazioni che ha prodotto il rialzo dei rendimenti, il riallineamento delle aspettative sui tassi ed il repricing del rischio legato alla politica monetaria.
Questo significa che una parte importante del “trauma” di mercato, quando c’è stato, si è scaricata prima sui titoli di Stato e sul mercato dei tassi, e solo dopo ed in misura diversa ed indipendente sull’azionario.
Il risultato è che molti investitori, guardando solo le azioni, tendono a percepire più volatilità o più crisi di quanta in realtà il sistema nel suo complesso abbia effettivamente incorporato.
Meglio ancora, la percezione del rischio si è concentrata quasi esclusivamente sull’asset azionario, che in questa fase risulta relativamente meno rischioso rispetto ad altre componenti del mercato.
Nonostante questo, in media, nelle persone, resta radicata l’idea che l’obbligazionario sia un asset “sicuro”, una convinzione che, in realtà, andrebbe quantomeno ridimensionata: non è una regola generale, ma una semplificazione spesso fuorviante. È una leggenda metropolitana da sfatare.
M.R.
Questo articolo si basa su dati di pubblico dominio ritenuti attendibili, ma suscettibili di modifiche improvvise. Intende proporsi come ausilio alla comprensione dei movimenti dei mercati finanziari. Non vuole essere in alcun modo uno strumento di analisi o uno studio, né intende sollecitare qualsiasi operazione di compravendita di prodotti finanziari. Si ricorda che ogni risparmiatore deve basare le sue decisioni d’investimento su una propria convinzione. Questo Blog si limita a presentare una sintesi delle opinioni diffuse sui mercati finanziari.

